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Fare i conti con il passato
Affrontare il periodo oscuro

 Due persone a Berlino di fronte ad una tavola commemorativa sulla Conferenza di Berlino del 1884-1885
Due persone a Berlino di fronte ad una tavola commemorativa sulla Conferenza di Berlino del 1884-1885 (Conferenza sul Congo): più di 100 anni dopo i crimini commessi dalle truppe coloniali tedesche nell’odierna Namibia il governo ammette le atrocità perpetrate sugli Herero e i Nama e usa il termine genocidio. | Foto (dettaglio): Paul Zinken © picture alliance / dpa / dpa-Zentralbild

Fra il 1904 e il 1908 le truppe coloniali dell’Impero germanico uccisero decine di migliaia di Ovaherero e di Nama nell’odierna Namibia. Dopo oltre cinque anni di negoziati fra il governo tedesco e quello namibiano la Germania ha riconosciuto di aver commesso un genocidio. Nella presente intervista il politologo e africanista Henning Melber esamina le lacune nelle negoziazioni e il modo in cui le potenze coloniali affrontano il passato.

Di Henning Melber

Dopo quasi sei anni di trattative, la Germania ha annunciato di aver siglato un accordo con la Namibia, dando l’idea che questo processo sia concluso. Ritiene che le negoziazioni siano davvero definitive?

Secondo Ruprecht Polenz, rappresentante speciale delle trattative bilaterali, l’accordo parafato a metà maggio da lui e dalla sua controparte, il dottor Zed Ngavirue (morto di COVID-19), è definitivo. Anche il Ministro degli Affari Esteri Heiko Maas al Bundestag lo ha confermato e di conseguenza è esclusa qualsiasi ulteriore negoziazione. Contrariamente a quanto previsto, però, il cosiddetto “accordo di riconciliazione” (Versöhnungsabkommen) non è poi stato a sua volta sottoscritto dai rispettivi Ministri degli Affari Esteri a Windhoek nel mese di giugno 2021: non solo a causa della drammatica crescita dei casi di Coronavirus in Namibia, ma anche per via delle violente proteste degli Ovaherero e dei Nama all’interno del paese. L’acceso dibattito nel parlamento namibiano ha dovuto essere interrotto a causa della pandemia e si attende che le sedute parlamentari riprendano prima che il compromesso possa essere eventualmente accettato.

Di norma un accordo è considerato giuridicamente valido solo se è stato siglato dai Ministri. Secondo fonti non confermate, la parafatura dovrebbe avvenire nel mese di settembre 2021 e potrebbe solo essere ostacolata se il governo namibiano si ritirasse, il che è piuttosto improbabile. La SWAPO Party of Namibia (ex South West Africa People’s Organisation) domina la scena politica e vanta la maggioranza assoluta in Parlamento. Malgrado le critiche provenienti dai loro stessi ranghi e l’insoddisfazione sui risultati del compromesso, è probabile che i deputati SWAPO diano il loro consenso.
  
Qual è la responsabilità della Germania per la ripresa di un dialogo, soprattutto considerando che le organizzazioni come Ovaherero Traditional Authority (OTA) e Nama Traditional Leaders Association (NTLA) rigettano l’accordo nella sua forma attuale?

Se si vuole prendere sul serio la riconciliazione, è fondamentale coinvolgere i rappresentanti dei discendenti delle persone direttamente colpite dal genocidio. In questo caso non è avvenuto, ma il rimprovero vale sia per il governo tedesco che per quello namibiano. Perciò, il risultato delle trattative non è altro che cartastraccia, purtroppo. Sarebbe pretenzioso da parte dei tedeschi pensare di correggere una lacuna dei negoziati che entrambe le parti hanno accettato nell’interesse reciproco dei due governi. Comunque sia, la Germania non si espone a tale responsabilità e insiste sul carattere definitivo dell’accordo di riconciliazione, sottolineando così ancora una volta l’esclusione dei rappresentanti degli Ovaherero e dei Nama.

A suo avviso come si è giunti alla cifra di 1,1 miliardi di Euro che la Germania si è impegnata a pagare alla Namibia per i prossimi trent’anni?

La somma è il risultato di contrattazioni. Secondo alcuni partecipanti, l’offerta iniziale del governo tedesco era decisamente bassa e le richieste della Namibia ben più elevate. Nelle trattative, terminate non troppo lontane dalla somma inferiore di partenza, la controparte tedesca è probabilmente anche stata aiutata dalla crisi economica nella quale si trova la Namibia.

Fin dal 2016 l’economia del paese è in fase di recessione, drammaticamente acuita dalle conseguenze della pandemia del Coronavirus. Il governo è con l’acqua alla gola dal punto di vista finanziario e questo ha sicuramente spinto la disponibilità al compromesso. Inoltre, l’egemonia politica illimitata della SWAPO (un movimento di liberazione che è al potere fin dall’indipendenza nel 1990) è stata indebolita a causa della perdita di voti nelle elezioni per il parlamento e per la presidenza nel novembre 2019, e ancora di più dopo le elezioni regionali e comunali nel novembre 2020.  Il governo namibiano potrebbe aver creduto di riuscire a trasformare in successo le compensazioni finanziarie ottenute: ma è stato un errore di valutazione, viste le reazioni all’interno del paese.

Gli 1,1 miliardi di Euro serviranno per promuovere progetti di sviluppo per la durata di trent’anni. Quali progetti riceveranno gli aiuti e chi deciderà? Come si può essere certi che i fondi arrivino alla giusta destinazione?

0,05 miliardi sono stati riservati ad una fondazione per gli scambi culturali. Si tratta di meno di due milioni di Euro all’anno. 1,05 miliardi di Euro suddivisi su trent’anni sono destinati alle infrastrutture di sette delle quattordici regioni del paese nelle quali vivono i discendenti delle comunità più colpite dal genocidio. Lo sviluppo rurale è prioritario quanto l’educazione, la salute e l’approvvigionamento energetico e idrico.

La realizzazione verrà ulteriormente concretizzata anche per quanto concerne la pianificazione e l’amministrazione. Si teme fin da ora che potrebbe esserci un arricchimento personale delle parti interessate. Resta da vedere fino a che punto le strutture (che devono ancora essere create) riusciranno ad evitarlo ponendo limiti attraverso dei controlli adeguati.

I portavoce della Ovaherero Traditional Authority e della Nama Traditional Leaders Association definiscono l’accordo di riconciliazione come un “colpo di mano delle pubbliche relazioni tedesche” (“PR-Coup Deutschlands”). Fino a che punto questa definizione è giustificata?

Se consideriamo le violenti critiche nei confronti dell’accordo, non penso si possa veramente parlare di colpo di mano delle pubbliche relazioni. Lo considererei piuttosto un tentativo fallito a causa delle sue lacune che, se mai dovesse essere realizzato, non promette certo un guadagno d’immagine. Resta però l’aspetto positivo che per la prima volta un’ex potenza coloniale si assume la responsabilità, seppur con riluttanza, di un capitolo oscuro. In ogni caso, anche per gli altri paesi questo accordo significa un nuovo punto di riferimento nei processi postcoloniali e potrebbe avere un effetto di mobilizzazione per esercitare più pressione sui governi e costringerli ad ammettere le atrocità commesse durante la colonizzazione.

Quando si parla di fare i conti con il passato la stampa internazionale, come ad esempio il Washington Post e il New York Times, associa spesso questo genocidio all’Olocausto. Come viene considerato il massacro compiuto nei confronti degli Ovaherero e dei Nama rispetto agli altri genocidi?

Trovo il paragone con l’Olocausto o con altri genocidi assurdo, se non fuorviante. Ogni sterminio di massa o genocidio ha delle caratteristiche specifiche per coloro che ne sono stati vittime. Ed è proprio questo che chiedono gli Ovaherero e i Nama: un riconoscimento incondizionato del delitto e delle sue conseguenze nonché il rispetto delle sofferenze causate, che per loro sono ancora molto presenti e non sono affatto passate alla storia.

La rielaborazione dell’Olocausto da parte della Germania è rilevante solo nella misura in cui ha creato una cultura della memoria che dovrebbe essere concessa in maniera simile anche alle vittime del colonialismo della Namibia odierna.

Le persone dei paesi coinvolti dovrebbero avere una comprensione reciproca per commemorare insieme le atrocità commesse. Questo esige anche una riflessione su quali sforzi debbano essere fatti per esprimere il rimorso e deve indurre a creare una comunanza fra i discendenti dei colpevoli e delle vittime per vivere un futuro condiviso all’insegna della pace.

Perché la Germania evita la parola “riparazione” e che cosa cambierebbe se si adottasse questo termine?

L’accordo sottolinea che la Germania riconosce il genocidio in senso morale e politico, ma nega espressamente l’aspetto giuridico. Il risarcimento materiale convenuto viene definito un “gesto di riconoscimento”. Il concetto di riparazione ha una connotazione giuridica che finirebbe per smuovere molti altri casi controversi, fra i quali i crimini di guerra commessi dai soldati tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale.

In questo senso i tribunali in Grecia, in Italia e nei paesi dell’Europa orientale hanno riconosciuto ai discendenti delle vittime civili di allora il diritto al risarcimento, ma la Germania ha sempre respinto queste sentenze e rifiutato qualsiasi responsabilità per i crimini di guerra individuali. Il risarcimento dei discendenti del genocidio in Namibia creerebbe un precedente che metterebbe tale questione giuridica sotto un’altra luce e potrebbe indurre i discendenti delle vittime di altre colonie tedesche ad avanzare delle richieste simili.


L’intervista è stata realizzata da Juliane Glahn.

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