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Lingua e linguaggi
Lingua madre... o “matrigna”?

Rubrica Lingua e linguaggi, 26a edizione
La lingua tedesca può essere molto sorprendente. | © Goethe-Institut e. V./Illustrazione: Tobias Schrank

Cosa intendono i tedeschi quando parlano della loro “lingua madre”? Olga Grjasnowa ha avuto esperienze molto diverse e ci offre qualche spunto di riflessione.

Di Olga Grjasnowa

Il tedesco non si impara rapidamente e facilmente, e non arriva un momento in cui finalmente si possa credere di dominarlo del tutto. Io l’ho imparato a undici anni e da allora scrivo romanzi e saggi in questa lingua, eppure ci sono molti aspetti del tedesco che mi lasciano tuttora perplessa. Spesso si tratta di singole espressioni idiomatiche, come jemandem den Kopf waschen, [letteralmente lavare la testa a qualcuno], che non significa fargli lo shampoo, ma una “lavata di capo” [come in italiano, N.d.T.], eppure, di per sé, potrebbe anche evocare un gesto tenero, come quello di lavare i capelli a un bambino o farseli curare dal parrucchiere. Un altro esempio è il modo di dire da geht die Luzie ab [fare il diavolo a quattro, scatenarsi], anche se non lo avevo mai sentito dire finché non ne ha parlato la Berliner Zeitung, scandalizzandosi per il fatto che una partecipante a un quiz non lo avesse saputo spiegare. Anche a me ha lasciato a bocca aperta, e mi chiedo proprio come mai non mi fosse mai capitato di sentirlo fino a quel momento.

Livelli diversi

Sarà perché non sono di madrelingua tedesca, come spesso mi sono sentita dire? Dopotutto, il termine Muttersprache [madrelingua] ha una chiarissima connotazione in tedesco, proprio come Heimat [il luogo in cui ci si sente a casa]. Ma qual è il grado di competenza linguistica di una persona di madrelingua? Lo è Dieter Bohlen [cantante e personaggio televisivo, N.d.T.] come lo era Johann Wolfgang von Goethe, ma mi permetto di far notare che il livello non è certo lo stesso. Ricordate Verona Pooth [modella, attrice e celebrità televisiva, N.d.T.]? Da nubile si chiamava Feldbusch ed è diventata famosa grazie a un breve matrimonio proprio con Dieter Bohlen, affermandosi poi rapidamente come icona pubblicitaria e personaggio pubblico. In passato, la signora Pooth veniva derisa in tutta la Germania per gli errori grammaticali che commetteva parlando. Quando di colpo ha smesso, nessuno ci ha fatto caso.

Solo un costrutto

In una pubblicazione pioneristica del 2010, il linguista Thomas Paul Bonfiglio ha descritto la nozione di “native speaker” come costrutto razzista, sempre legato all’esteriorità. In Germania il concetto di lingua madre ha preso piede solo tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo grazie a studiosi tedeschi quali Johann Gottfried Herder, Wilhelm von Humboldt e Friedrich Schleiermacher, che diffusero l’idea che l’individuo potesse pensare ed esprimersi “correttamente” soltanto in una lingua. È di Herder questa famigerata affermazione: “Wer in derselben Sprache erzogen ward, wer sein Herz in sie schütten, seine Seele in ihr ausdrücken lernte, der gehört zum Volk dieser Sprache” [Chi è stato educato nella stessa lingua, chi ha imparato a riversarvi il cuore e ad esprimervi la propria anima, ebbene, costui appartiene al popolo di questa lingua. (Johann Gottfried Herder, Lettere per la promozione dell’umanità, 5a raccolta, 57a lettera)]. Il concetto, però, implica anche che chi ne è al di fuori non potrà mai perfettamente imparare questa lingua, e in Germania, purtroppo, come punto di vista è rimasto radicato.

Fiducia nelle competenze linguistiche

A tutt’oggi si immagina che possa essere di madrelingua tedesca solo chi risponde a nomi come Christine, Sebastian, Frank o Sabine. E ovviamente sia bianco. A loro non chiederanno di continuo da dove provengano, ma basta chiamarsi Özlem, Tatjana, Mohammed o Sibel per far perdere la fiducia nelle competenze linguistiche, nonostante la nascita in Germania e un’istruzione monolingue in tedesco.
 
Da molto tempo, peraltro, il mio problema non è più il tedesco, ma semmai il russo, tanto che oramai non oserei più definirmi di madrelingua russa: sì, parlo fluentemente russo ed è stata anche mia madre a insegnarmelo, ma mi accorgo sempre più spesso che mi mancano dei vocaboli, e se devo scrivere una lettera ufficiale, devo farmela correggere da qualcuno. Vorrà dire che il tedesco è la mia lingua “matrigna”. In fin dei conti, la denigrazione della matrigna ha perso attualità.
 

Lingua e linguaggi

La nostra rubrica bisettimanale “Lingua e linguaggi” è dedicata alla lingua come fenomeno socio-culturale: come si evolve? Come si pongono gli autori nei confronti della “loro” lingua? Una società come è caratterizzata dalla propria lingua? Si alternano editorialisti e persone con un nesso professionale o di altro genere con la lingua, ognuno dei quali approfondisce un suo tema preferito per sei edizioni consecutive.

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