Radici coloniali strade decoloniali
L’inarchiviabile

L'inarchiviabile © Goethe-Institut Italien | Grafica: Massimiliano Emili

La mostra

L’inarchiviabile

Radici coloniali strade decoloniali

Mostra a cura di Viviana Gravano e Giulia Grechi
KunstRaum Goethe, Roma
26 ottobre 2021
28 febbraio 2022


Le tracce e le eredità del colonialismo continuano a infestare il nostro presente come dei fantasmi assenti-presenti, non solo nei musei, nelle architetture o nell’odonomastica, ma dentro la nostra quotidianità, nelle nostre case, nel nostro modo di parlare, nei nostri affetti più profondi. L’aspetto più potente di questo processo è la sua apparente trasparenza, la sua quasi invisibilità, legata alla percezione di una abitudinarietà che fa da sfondo al nostro vivere quotidiano (si pensi ai modi di dire di uso comune, come “è successo un Ambaradam”, che quasi nessuno percepisce come legati al colonialismo). Non siamo abituati a interrogare così profondamente la nostra “normalità”, eppure è piena di queste tracce, che agiscono sia in presenza che in assenza: si pensi ad esempio alla quasi totale mancanza, nei programmi scolastici, del periodo coloniale, o di una analisi del periodo coloniale non esclusivamente come un “capitolo della nostra storia”, ma come un processo che continua (in forme diverse) a prendere corpo anche nel presente.

La complessità dell’assetto coloniale, e il modo in cui continua a tradursi in una colonialità pervasiva e onnipresente, non riesce ad essere racchiusa all’interno di un archivio, sia esso quello di un museo etnografico, con il suo controverso patrimonio, o quello di una città, con la sua odonomastica e le sue architetture. C’è qualcosa che eccede l’archivio stesso, in tutto questo, qualcosa che resta inarchiviabile, e che mette in discussione l’archivio stesso come modalità di organizzazione, di narrazione e di controllo della memoria e dell’identità che ci sono proprie. L’archivio stesso, d’altra parte, è uno dei dispositivi attraverso i quali la colonialità ha continuato a riprodurre se stessa.

Alcuni oggetti, alcuni corpi, alcune voci eccedono l’archivio, sfuggono alla sua grammatica. E dunque, in che modo ci interrogano? In che modo sfidano le narrazioni che elaboriamo per dirci chi siamo? In che modo criticizzano le nostre epistemologie? In che modo trasgrediscono i nostri spazi discorsivi e ci spostano dalle nostre zone di confort (fra le quali il museo)?

Questi oggetti, questi corpi, per conservare il loro potere di scandalo, “non dovrebbero entrare nel museo”, scrive Mbembe: dovrebbero invece continuare a infestarlo con la loro assenza, o con la loro presenza spettrale. Dovrebbero essere “dappertutto e in nessun luogo”, le loro apparizioni dovrebbero avvenire sempre “in forma di effrazione e mai di istituzione” (Mbembe, Nanorazzismo 2019: 250).

I dispositivi della rappresentazione sono stati e sono i veicoli potenti della creazione di quei fantasmi che vengono così mantenuti in vita. Come provare dunque a decodificare, a ri-mediare quelle visioni, quelle iconografie, così radicate e ben celate? La costruzione degli stereotipi visivi ha prodotto un “archivio” infinito, in grado più di qualsiasi altro di rinnovarsi e attualizzarsi attraverso metamorfosi e dissimulazioni di difficile lettura immediata. La prima arma di offesa della colonizzazione è stata l’appropriazione massiccia degli immaginari dei colonizzati. Occorre pensare a una nuova ecologia culturale - in un processo di decolonizzazione ecologica come la intende l’ingegnere ambientale Malcom Ferdinand (M.Ferdinand, Une écologie décoloniale: Penser l'écologie depuis le monde caribéen 2019) – che ri(media) il senso delle rappresentazioni contemporanee setacciandone fino in fondo le scorie coloniali. L’arte, intesa come forma di attivismo culturale, è uno degli strumenti possibili, è una delle pratiche che deve imparare ad affrontare la sua stessa storia, tracciata dalla modernità coloniale in Europa, per poter capire la vera matrice delle sue rappresentazioni razzializzate di oggi.

Troppo spesso la storia dell’arte “occidentale”, e quella italiana più di ogni altra, ha rimosso il portato razzista e stereotipato delle proprie rappresentazioni, in particolare tra XIX e XX secolo, demandando ad altre “storie” l’incarico di rileggere un passato scomodo e violento, di sopraffazione tanto fisica quanto immaginifica sui popoli extra europei. Occorre ripartire dalla lettura decoloniale della storia delle nostre arti, per coniare nuovi approcci linguistici e rappresentativi che si confrontino apertamente con le radici di alcuni miti fondanti dell’arte in Europa, che hanno non solo accompagnato, ma più spesso prodotto al fianco dei colonizzatori gli archivi infiniti di immagini razzializzate e razziste diffuse poi come valori “universali” nel mondo intero. E occorre iniziare a pensare a che genere di immagini quel paradigma estetico ha prodotto per l’autorappresentazione dei dominatori, come geni e portatori di civiltà: un modello patriarcale, machista e violento.

Allora forse quello a cui siamo chiamati è rivolgerci a questo “inarchiviabile”, proprio per mettere in scena l’archivio evidenziandone il funzionamento, e quindi anche il suo lato oscuro, quello in cui le cose e le voci restano in ombra, non viste. Forse quello a cui siamo chiamati è decostruire, rovesciare, e disseminare l’archivio stesso come dispositivo di memorabilità.

Artiste e artisti

Luca Capuano

Voyage data recorder, 2021 | Rumba, 2021 | Cercami tra le tue cose, 2021

Luca Capuano ha realizzato progetti di ricerca commissionati da musei, fondazioni, enti pubblici tra arte, fotografia e architettura. La sua ricerca artistica interroga lo spazio contemporaneo, la storia e la memoria collettiva attraverso l’osservazione e sperimentazione dei sistemi della rappresentazione. Insegna Progettazione per la Fotografia all’Isia di Urbino. Suoi progetti sono stati esposti gallerie, musei, fondazioni e istituti di cultura all’estero, tra cui: Il paesaggio descritto, The Architecture of Exile, Case Studio, 364, Il Museo Immaginario, Sembrava che preparassero il deserto.
 

Camilla Casadei Maldini

Voyage data recorder, 2021 | Rumba, 2021 | Cercami tra le tue cose, 2021

Camilla Casadei Maldini è architetta e la sua ricerca artistica è legata alle arti performative e allo studio del movimento in relazione allo spazio, che esplora attraverso una ricerca tra arti figurative e pratiche performative e partecipative. Dal 2018 lavora insieme a Luca Capuano a diversi progetti tra cui Un’altra storia, che riflette sul concetto di rimosso riferito al periodo coloniale italiano.
 

Leone Contini

Bel suol d’amore, 2021

La ricerca di Leone Contini si colloca lungo il margine di contatto tra arte e lavoro etnografico.
Mostre o interventi: Maxxi, Roma; SAVVY, Berlino; HKW, Berlino; IAC, Lyon; Manifesta, Palermo; Fondazione Sandretto, Torino; Delfina Foundation, Londra; Kunstraum, Monaco; Khoj, Nuova Delhi; Kunstverein Amsterdam. Nel 2018-2019 è stato fellow presso Akademie Schloss Solitude, Stoccarda. Nel 2017 ha collaborato con TRACES – Transmitting Contentious Cultural Heritages with the Arts.
 

Binta Diaw

Nero sangue, 2020

Binta Diaw è nata nel 1995 e vive e lavora a Milano.
Sotto forma di installazioni, la sua ricerca plastica fa parte di una riflessione filosofica sui fenomeni sociali e porta ad esplorare molteplici livelli d’identità: la sua come donna nera in un mondo europeizzato, la nostra e quella di un continuo crocevia di storie e geografie. Si è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano e all’ÉSAD di Grenoble. Ha esposto presso: School of Water, (SMR, 2021); Galerie Cécile Fakhoury (SN, 2020); FSRR (IT, 2020); MA*GA (IT, 2020); Galleria Giampaolo Abbondio (IT, 2020); Savvy Contemporary (DE, 2019).
 

Délio Jasse

Facciamo conto di vedere le pantere se no che Africa è?, 2021

Délio Jasse, nato nel 1980 a Luanda (Angola), vive e lavora a Milano.
Tra le sue mostre ricordiamo Arquivo Urbano, Tiwani Contemporary, Londra (2019); The Other Chapter, PhotoESPAÑA (2019); An imaginary city, MAXXI, Roma (2018); La Cité dans le Jour Bleu, Dak’art Biennale (2018); Recent Histories, Walther Collection, Neu-Ulm e New York (2017); That, Around Which the Universe Revolve, SAVVY Contemporary, Berlino (2017); Afrotopia, Bamako Encounters, Bamako (2017) e On Ways of Travelling, Padiglione Angola, 56a Biennale di Venezia (2015).
 

Emeka Ogboh

Vermisst in Benin, 2021

Emeka Ogboh è nato a Enugu (Nigeria) nel 1977 e vive a Berlino.
Le sue installazioni affrontano le questioni dell'immigrazione, della globalizzazione e del post-colonialismo. Ha partecipato a molte mostre internazionali tra cui documenta 14 (2017), Skulptur Projekte Münster (2017), la 56a Biennale di Venezia (2015) e la Biennale di Dakar (2014).

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